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| Di che parliamo? Il seno: croce e delizia |
![]() ![]() Luca REVELLI
Cattedra di Chirurgia Endocrina
Università Cattolica del S. Cuore Roma
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Luciano STERPELLONEPatologo Clinico
Storico della Medicina
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Proprio in quanto nell’immaginario collettivo è essenzialmente emblema di femminilità e seduzione, la mammella non è sfuggita alla crudeltà degli uomini quale oggetto di punizione e mortificazione delle donne accusate di reati presunti o reali. Così, nei tempi passati non era infrequente presso molte civiltà che, ad esempio l’adulterio, venisse punito con il taglio di una mammella (o del naso), proprio come -in caso di furto- si faceva per la mano. Oppure intervenivano ragioni di culto: durante le persecuzioni cristiane non furono poche le donne che subirono il martirio dello strappamento delle mammelle: Sant’Agata, Santa Cristina, Santa Sara. Contrariamente a quanto comunemente si crede, anche a Santa Lucia furono asportate le mammelle: tuttavia, la fantasia popolare ha attribuito alla santa il martirio dell’accecamento, eleggendola quindi a protettrice della vista, semplicemente perché il suo nome -derivato dal latino lux- ricorda la “luce degli occhi”. Un’altra cruenta storia-leggenda riguardante il seno femminile si riferisce a quelle donne che -né martiri né streghe- si privarono deliberatamente di un seno, precisamente il destro, causticandolo: erano le Amazzoni (dal greco a- privativo, -màzos mammella), che vivevano sul Termodonte in Asia Minore dedicandosi alla caccia e alla guerra: senza l’impedimento del
seno destro, potevano così tirare più liberamente con l’arco. Saranno più volte raffigurate come eroine nei bassorilievi e nei frontoni della Grecia classica, come anche nell’arte etrusca e romana.
Un periodo molto più benevolo per il seno è stato invece quello tra il Rinascimento e il Settecento , che considerò le protuberanze femminili altamente meritevoli anche di rappresentazione artistica: sono questi i tempi delle vertiginose scollature dei quadri del Botticelli, di Raffaello, di Giorgione, del Tintoretto, di Tiziano e Rubens. Alcuni artisti dell’epoca ebbero addirittura il vezzo di raffigurare nello stesso dipinto il seno florido di una giovane in netto contrasto con quello vizzito di un’anziana. Il momento del massimo splendore si ebbe però forse nella Venezia dei secoli d’oro, così affollata di donnine allegre da aggiudicarsi anche un Ponte delle Tette. A guastare la festa arriverà la Controriforma, che alle generose scollature sostituisce il cilicio. Da parte sua la Rivoluzione francese sostituirà i seni acerbi delle giovinette dei periodi precedenti con quelli pur rispettabili ma desolatamente costretti della dea Ragione o della Madre Natura. Per fortuna poi, il Direttorio e l’era napoleonica renderanno i seni nuovamente visibili sotto leggiadre blusette o maliziosi veli (vedi Paolina Bonaparte).
Nei periodi seguenti sarà un continuo nuovo alternarsi di “costrizioni e liberazioni”. Al punto che, nella foga di certe campagne umanitarie, Jean-Jacques Rousseau propose di imporre alle nobildonne -che accusava di utilizzare il proprio seno soltanto come elemento di seduzione- l’allattamento obbligatorio e la rinuncia alla balia; mentre, viceversa, al tempo degli scapigliati ritrovi della ¬belle époque verrà decretata ancora una volta la totale liberazione dei seni.
In quell’epoca l’attenzione -anche popolare- verso il seno femminile era così palese e ossessiva, che un certo dottor Jacobus pubblicò un Trattato di mammillomanzia, nel quale assicurava che dai caratteri morfologici del seno era possibile leggere con assoluta certezza il passato, il presente e il futuro della donna, e diagnosticarne le tendenze più nascoste.
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Luca Revelli | Domenica 07 Febbraio 2010 21:48 |






Luciano STERPELLONE
